Sulle tracce dei ghiacciai: Himalaya 2018

Pubblicato lunedì, 28 gennaio 2019

24 aprile 2018: partiamo per il lungo avvicinamento al campo base nord del Kangchenjunga, la terza montagna più alta del mondo. Siamo immersi nella foresta pluviale nepalese, e i ghiacciai sono ancora lontani. Il primo obiettivo è il Jannu, dove cercheremo di raggiungere il punto da cui Vittorio Sella scattò una panoramica della fronte durante la spedizione italo-inglese di William Freshfield del 1899, ma dobbiamo rimandarlo al ritorno per via di una forte nevicata. 

Nel frattempo, mentre avanziamo verso il campo base riesco ad individuare il luogo esatto da cui Sella riprese, in uno dei suoi straordinari scatti, la confluenza di due ghiacciai, il Kangchenjunga e il Ramtang. Il confronto con la foto storica evidenzia il cambiamento drammatico: più di cento anni fa i due ghiacciai confluivano in un’unica fronte, ora non si toccano più.

Il 4 maggio arriviamo al campo base, a 5100 metri di quota.

Nei giorni successivi, con molta fatica, troviamo il luogo da cui Vittorio Sella scattò una delle sue più spettacolari foto panoramiche del ghiacciaio Kangchenjunga. Ci troviamo a 5452 metri e il paesaggio è veramente mozzafiato, ma purtroppo si nota bene la sua trasformazione: il ghiacciaio si è abbassato di circa 200 metri.

Da Kambachen, dove ci siamo accampati per la notte, risalendo un ripido pendio per circa 500 metri ritrovo il luogo da cui Vittorio Sella, 119 anni prima, scattò una delle sue eccezionali foto, quella del ghiacciaio Jannu: anche in questo caso la mia inquadratura combacia perfettamente, salvo che la fronte del ghiacciaio oggi si trova più di un chilometro a monte rispetto al 1899. 

Ci spostiamo poi in Tibet, dove ci sistemiamo al campo base dell’Everest, a 5200 metri.

Da qui risaliamo la morena sinistra del ghiacciaio Rongbuk. La quota si fa sentire, siamo costretti a fermarci più volte, finché arriviamo al punto, sui 5500 metri, in cui penso di poter ripetere una fotografia storica selezionata dagli archivi della Royal Geographical Society. La perdita di spessore è evidente. Al centro del ramo principale del ghiacciaio si è creato un enorme lago glaciale, effetto dello scioglimento superficiale. 

Nei primi giorni di giugno siamo al campo base del Cho Oyu, la sesta montagna più alta del mondo. Ci accorgiamo subito che sarà molto difficile attraversare il ghiacciaio Gyarag, a causa del collasso della sua parte centrale. Decidiamo di provare a raggiungere la vetta di una montagna sopra la fronte, a circa 5700 metri, da cui ripetere la fotografia più importante, scattata dal maggiore E. O. Wheeler. In vetta, la ricerca del punto giusto in cui posizionare la fotocamera non è semplice: la sommità di questa montagna è molto vasta e senza punti di riferimento riconoscibili sulla foto storica. Dopo diverse salite e discese riesco a trovare i giusti allineamenti tra le grandi pietre a terra e alcune creste rocciose sopra la morena del ghiacciaio. L’inquadratura è corretta e sarei pronto a scattare, ma l’orario non coincide e le ombre non sono nella stessa posizione rispetto a quelle della foto storica. Devo aspettare ancora un’ora, benché faccia molto freddo, ma la fotografia esige il rispetto rigoroso dei tempi, se si vuole ottenere un risultato preciso e dal valore scientifico. 

Testo a cura di Parallelozero liberamente tratto da: “I diari di viaggio di Fabiano Ventura © 2009 - 2018”