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EGP sponsor del progetto "Sulle tracce dei Ghiacciai" per testimoniare il cambiamento climatico

6 min.

EGP sponsor del progetto "Sulle tracce dei Ghiacciai" per testimoniare il cambiamento climatico

Si è conclusa la quinta spedizione del progetto fotografico-scientifico di Fabiano Ventura per lo studio dello stato di salute dei grandi ghiacciai della Terra. Anche per questa edizione, che ha raggiunto l’Himalaya, EGP è stata al suo fianco in questa lotta al cambiamento climatico per favorire lo sviluppo sostenibile.

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I ghiacciai delle grandi catene montuose della Terra si stanno via via ritirando. E anche l’Himalaya non è immune alla trasformazione innescata dal cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta. Dopo quattro mesi trascorsi tra i picchi e il gelo della “dimora delle nevi”, è questa la conclusione cui è giunta la quinta spedizione di “Sulle tracce dei ghiacciai”, il progetto fotografico-scientifico di Fabiano Ventura.

Nel corso della quinta spedizione, iniziata nell’aprile scorso, Fabiano Ventura e il suo team, composto dal geologo Andrea Bollati e il regista documentarista Federico Santini (oltre agli insostituibili sherpa), hanno esplorato la sezione della catena himalayana al confine tra il Nepal, l’India e la Cina, comparando lo stato attuale dei ghiacciai con le immagini scattate durante alcune tra le grandi imprese che nel passato hanno toccato la zona dell’Everest e del Kangchenjunga, rispettivamente la prima e la terza montagna più alta della Terra.

Si tratta, in particolare, della spedizione del 1899 dell‘alpinista inglese Douglas W. Freshfield, alla quale partecipò anche il fotografo italiano Vittorio Sella, e di quelle a cui hanno preso parte negli anni Venti e Trenta George Mallory e Edward Oliver Wheeler, tra i primi britannici a vedere dal vivo il monte Everest. Oggi le fotografie raccolte durante queste storiche imprese sono conservate negli archivi della Royal Geographical Society di Londra e rappresentano, forse inaspettatamente per chi le ha scattate, una fonte fondamentale per capire come, il cambiamento climatico in atto, sta cambiando il nostro Pianeta, rallentandone la possibilità di uno sviluppo sempre più sostenibile.

Inerpicandosi tra le vette e i ghiacci himalayani, agli inizi di giugno Ventura e il suo team hanno raggiunto il campo base del massiccio del Kangchenjunga, posto a 5150 metri, proprio ai piedi del terzo picco più alto del Pianeta. Qui Fabiano Ventura ha scattato una foto della montagna nello stesso posto in cui, 119 anni fa, Vittorio Sella immortalò l’imponente ghiacciaio. A distanza di poco più di cento anni, le differenze sono enormi. 
 

“Anche a prima vista confrontando l’immagine storica con la visione del ghiacciaio attuale, si nota in modo evidente l’enorme trasformazione del paesaggio. Il ghiacciaio, infatti, è a circa 200 metri più in basso, depresso fra le due enormi morene anche loro franate a seguito del grande collasso della massa glaciale.”

– Fabiano Ventura, fotografo ambientalista
 

Lasciata la terza vetta più alta del Pianeta, la squadra ha fatto rotta ad occidente, verso lo Jannu, enorme picco di quasi ottomila metri collegato allo Kangchenjunga tramite un lungo costone. Di fronte alla maestosità dello Jannu, Ventura ha scattato un’altra immagine, anche in questo caso nel medesimo posto in cui lo fece Sella più di un secolo fa.  
 

“Tutto combacia con la fotografia storica eccetto la fronte del ghiacciaio che oggi si trova a più di un chilometro a monte rispetto alla posizione del 1899. Inoltre, dal confronto fra le fotografie si nota come il ghiacciaio sia depresso di oltre 200 metri dentro le sue morene laterali che invece trattandosi di detrito roccioso sono rimaste più o meno nella stessa posizione. Il risultato del confronto è impressionante, ogni parola è superflua.”

– Fabiano Ventura, fotografo ambientalista
 

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Completati i rilevamenti tra il Kangchenjunga e lo Jannu, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio la quinta spedizione di “Sulle tracce dei ghiacciai” si è diretta verso l’Everest, la montagna più alta del Pianeta. Il campo base del “tetto del mondo” è costantemente sopra i 5500 metri, una quota che rende faticosa anche l’azione più semplice. Per questo, il gruppo ha deciso di non procedere oltre quota 6.000 metri come inizialmente previsto e di concentrarsi invece sull’obiettivo successivo, il Cho Oyu. Prima di abbandonare l’Everest però, c’è stato il tempo di scattare una nuova fotografia del ghiacciaio Rongbuk, posto nella parte settentrionale della vetta. 
 

“Come ci aspettavamo nella maggior parte dei ghiacciai himalayani la perdita di massa è avvenuta sullo spessore. Al centro del ramo principale del ghiacciaio Rongbuk si è creato un enorme lago glaciale, evidente effetto dello scioglimento superficiale. Questi laghi possono costituire un pericolo per le popolazioni vallive a causa della rottura delle dighe e delle conseguenti improvvise inondazioni”

– Fabiano Ventura, fotografo ambientalista
 

Venti chilometri più a ovest del “tetto del mondo”, il Cho Oyu si innalza come una piramide di roccia per oltre ottomila metri. Sulle sue pareti il ghiacciaio Gyarag, anch’esso in parte sciolto fino a creare, più a valle, un lago. La zona del Cho Oyu si è dimostrata molto difficile da attraversare per la spedizione e ha costretto il team a continui cambi di programma, resi ancora più complicati dal meteo imprevedibile, dal terreno accidentato e non da ultimo dal mancato accordo con gli operatori locali.

In ogni caso, anche sul Cho Oyu Fabiano e il suo team sono riusciti a compiere la loro missione fotografico scientifica, una delle ultime fatiche prima di cominciare – il 29 maggio – il ritorno verso le lussureggianti valli del Nepal che aprono la strada fino a Katmandu e da lì ripartire poi verso l’Italia, per provare l’impatto dei cambiamenti climatici “Sulle Tracce dei Ghiacciai”.

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